Prato, impianti sportivi: la burocrazia controlla, la politica deve risolvere
Sicurezza, regole chiare e responsabilità: dalle chiusure degli impianti alla prevenzione, per dare risposte concrete alle società sportive.

In oltre vent’anni di impegno nella gestione sportiva ho imparato quanto lavoro serva, ogni giorno, per permettere a un’associazione di svolgere la propria attività. Per questo le chiusure che hanno interessato diversi impianti di Prato nel corso del 2026 mi interrogano anche come dirigente sportivo: dietro ogni campo inutilizzabile ci sono società costrette a riorganizzarsi, atleti che devono spostarsi e famiglie che ne subiscono le conseguenze.
Le verifiche hanno portato all’attenzione problemi documentali, amministrativi e autorizzativi, insieme alla necessità di interventi di adeguamento. Il Comune ne ha riferito anche nell’incontro con i vertici della LND Toscana del 3 agosto, dedicato in particolare agli impianti Scirea di Chiesanuova e Carbo Silta di San Giorgio a Colonica. È una vicenda che solleva una questione più generale: il rapporto tra sicurezza, burocrazia e responsabilità politica.
Il confronto ha coinvolto anche il livello regionale. Il Comunicato ufficiale LND Toscana del 20 marzo 2026 documenta l’incontro di Paolo Mangini, Massimo Taiti e Simone Cardullo con Eugenio Giani e i rappresentanti regionali della sanità, sulle procedure di controllo e sulle criticità degli impianti comunali concessi alle società sportive.
Nessuno può ragionevolmente mettere in discussione la necessità di garantire la sicurezza. Proprio perché la sicurezza è una cosa seria, però, occorre distinguere tra situazioni di effettivo pericolo e carenze documentali o amministrative, valutando caso per caso i provvedimenti e i percorsi di regolarizzazione consentiti. Una carenza documentale non è automaticamente innocua, così come non tutte le irregolarità hanno le stesse conseguenze. Il rispetto delle norme è imprescindibile; devono esserlo anche la chiarezza delle disposizioni, l’uniformità delle interpretazioni e la proporzionalità delle risposte.
Sarebbe troppo semplice individuare nell’ASL la principale responsabile. L’azienda sanitaria esercita funzioni di controllo che le sono attribuite dall’ordinamento. Posso criticare un’applicazione delle regole quando la ritengo eccessivamente rigida o burocratica, ma non posso pretendere che siano gli organi tecnici a risolvere contraddizioni che la politica deve affrontare sul piano normativo e amministrativo.
Abbiamo costruito un sistema nel quale è spesso più semplice individuare un’irregolarità che trovare il modo di risolverla. Quando competenze e obblighi si stratificano, la risposta più immediata rischia di diventare anche quella più drastica: chiudere. Le conseguenze ricadono poi sulle associazioni, sugli atleti e sulle famiglie.
Ma non voglio limitarmi a discutere delle chiusure già avvenute. Mi interessa soprattutto ciò che accadrà domani. Se restano incertezze sugli obblighi e sulle procedure, cosa succederà quando le verifiche interesseranno altri impianti? Quante strutture potrebbero trovarsi nelle stesse condizioni? Perché aspettare i prossimi provvedimenti anziché affrontare preventivamente il problema?
È qui che la politica deve assumersi le proprie responsabilità. Alla Regione chiedo indirizzi applicativi chiari e uniformi e, dove necessario, interventi sulle norme. Ai Comuni chiedo di verificare preventivamente lo stato amministrativo e autorizzativo delle strutture, individuare le criticità e accompagnare i percorsi di regolarizzazione consentiti.
A Prato una ricognizione è stata effettuata. Dopo il tavolo tecnico annunciato a gennaio, il Comune ha comunicato a maggio risorse per gli adeguamenti successivi al lavoro della task force. Non si parte quindi da zero: oggi chiedo che siano resi chiari lo stato di attuazione degli interventi, le criticità ancora aperte e i tempi per risolverle. Perché verifiche, stanziamenti e tavoli di confronto devono tradursi in risultati misurabili.
Serve inoltre uno sforzo di semplificazione per gli impianti realizzati molti decenni fa, spesso oltre mezzo secolo addietro. Sono strutture progettate secondo criteri diversi da quelli attuali: occorre valutare adeguamenti proporzionati, soluzioni alternative e deroghe mirate soltanto dove siano giuridicamente consentite. Non propongo di ridurre le garanzie di sicurezza o accessibilità, ma di evitare applicazioni indiscriminate che ignorino le caratteristiche degli edifici esistenti e le possibilità effettivamente ammesse dalle norme.
Il confronto sugli obblighi di SCIA — la segnalazione certificata di inizio attività — deve produrre procedure comprensibili e concretamente applicabili. I riferimenti sono la legge regionale toscana 21/2015 e il regolamento di attuazione 42/R del 2016. Il loro ambito di applicazione va distinto da quello delle regole federali per l’attività sportiva: il nodo interpretativo non può essere liquidato affermando un obbligo identico per ogni struttura. Chiarire l’ambito dei singoli obblighi e distinguere le competenze sanitarie, edilizie e amministrative è una responsabilità delle istituzioni, non un problema da scaricare sui dirigenti delle società sportive.
Il compito dell’ASL è esercitare i controlli di propria competenza. Quello della politica è assicurare che le regole siano chiare, ragionevoli e applicabili, assumendosi la responsabilità di modificarle quando necessario.
La vera sfida non è soltanto riaprire gli impianti chiusi, ma impedire che domani se ne debbano chiudere altri per problemi che oggi siamo già in grado di individuare. Perché quando la politica non esercita fino in fondo le proprie responsabilità, non può poi sorprendersi se a decidere le sorti dello sport finiscono per essere soltanto le procedure burocratiche.