Perché a Prato la politica ha paura dei cittadini?
Il Consiglio comunale respinge la proposta di introdurre il referendum abrogativo. Ai cittadini si chiede fiducia: perché non riconoscerla anche a loro?

Mi chiedo perché a Prato la partecipazione piaccia a tutti soltanto a parole. Almeno fino a quando si propone di dare ai cittadini uno strumento per incidere sulle decisioni di chi amministra.
Giovedì 15 ottobre il Consiglio comunale ha respinto, con 18 voti contrari e 7 favorevoli, la mozione di Jonathan Targetti per introdurre il referendum abrogativo tra gli istituti di partecipazione del Comune. La proposta chiedeva di avviare le modifiche allo Statuto e al regolamento, definendo materie ammesse, firme necessarie, quorum e tempi. Si trattava di aprire un percorso e assumere un indirizzo politico. Il Consiglio ha scelto di fermarlo.
A votare contro sono stati tutti i presenti del Partito Democratico, della Lista Biffoni e di Alleanza Verdi Sinistra, insieme a Belgiorno, Risaliti e Banchelli. Favorevoli Targetti, Agati e gli altri cinque consiglieri presenti di Fratelli d’Italia.
Ma sono soprattutto le motivazioni emerse durante la discussione a meritare attenzione.
Partecipare, purché decidano sempre gli altri
Dietro i ripetuti richiami all’importanza della partecipazione si è delineata un’idea precisa: i cittadini possono segnalare, proporre, sottoscrivere petizioni, frequentare i partiti e naturalmente votare ogni cinque anni. La possibilità di rimettere in discussione una decisione già presa, invece, incontra molte più resistenze.
Il consigliere Bellandi ha richiamato il ruolo dei partiti previsto dall’articolo 49 della Costituzione, indicando proprio nei partiti il luogo in cui raccogliere e ricondurre la domanda di partecipazione.
E se quei canali non bastano? Se una scelta viene assunta nonostante l’opposizione di una parte della cittadinanza? Se un comitato raccoglie firme, presenta osservazioni, partecipa agli incontri e alla fine viene semplicemente ignorato? Aspetta le prossime elezioni?
Barni ha sostenuto la necessità di una partecipazione preventiva e diffusa sul territorio, richiamando i consigli di frazione. Benissimo. Sono strumenti che possono avere una funzione importante. Rimane da capire perché il confronto prima di una decisione debba escludere la possibilità di contestarla dopo.
Un gruppo di individui che convergono su un obiettivo comune può anche organizzare un comitato referendario, raccogliere sottoscrizioni e chiedere ai propri concittadini di pronunciarsi. Anche questa è partecipazione collettiva. E richiede tempo, studio, responsabilità e confronto pubblico.
Banchelli ha offerto la rappresentazione più esplicita di questa insofferenza. Ha rivendicato il proprio ruolo di eletto, ricordato che si vota ogni cinque anni e spiegato di non voler rinunciare alle proprie prerogative. Come se riconoscere un diritto ai cittadini significasse sottrarre qualcosa a lui.
Colpisce il ragionamento: si lamenta della scarsa partecipazione dei pratesi e ne ricava una buona ragione per negare loro uno strumento in più. I cittadini partecipano poco, dunque restringiamo le possibilità di partecipare.
Una logica singolare per chi rivendica di aver scritto il primo regolamento comunale sulla partecipazione. Del resto, spiegare ai cittadini che possono rivolgersi ai consiglieri, presentare istanze e aspettare le prossime elezioni è piuttosto comodo per chi in Consiglio siede già.
Tutti possono bussare. Purché la decisione di aprire rimanga sempre dalla stessa parte della porta.
Il referendum blocca tutto o non serve a nulla?
Belgiorno ha condiviso questa impostazione, aggiungendo il rischio di propaganda e paralisi amministrativa. Chi vince le elezioni deve poter governare: certamente. Ma essere eletti comporta anche la responsabilità di confrontarsi con cittadini che dissentono, cambiano opinione o chiedono di correggere una scelta.
Il consenso ricevuto alle urne non rende superfluo quello che i cittadini hanno da dire fino alle elezioni successive.
Quanto al rischio di abuso, la mozione chiedeva proprio di scrivere delle regole. Sarebbe stato possibile discutere di soglie, limiti, esclusioni e garanzie. Agati lo ha osservato con chiarezza: il compito degli amministratori è predisporre una disciplina che prevenga gli abusi. La possibilità che uno strumento venga utilizzato male non basta, da sola, a giustificarne l’esclusione.
Curiosamente, durante la stessa discussione il referendum è stato descritto anche come uno strumento inefficace, poco utilizzato e incapace di raggiungere il quorum.
Per alcuni rischia di bloccare tutto; per altri non produce praticamente nulla. Due preoccupazioni diverse, entrambe utilizzate per arrivare alla medesima conclusione: meglio farne a meno.
La fiducia non può valere soltanto alle elezioni
Eppure il referendum abrogativo comunale esiste a Milano, Torino, Roma, Modena ed Empoli. Proprio a Empoli è stato utilizzato per chiamare i cittadini a pronunciarsi sull’operazione Multiutility. Il quorum non è stato raggiunto, ma ai cittadini è stata riconosciuta la possibilità di scegliere.
Perché a Prato quella possibilità deve essere esclusa in partenza?
La domanda riguarda soprattutto chi fa della partecipazione una propria bandiera politica. Promuovere osservatori, tavoli e consigli di frazione comporta la disponibilità ad ascoltare opinioni sgradite. Introdurre un referendum aggiunge qualcosa: riconoscere ai cittadini un potere che può produrre conseguenze sulle decisioni dell’amministrazione.
È proprio su questo passaggio che il Consiglio si è fermato.
Adesso ci viene assicurato che il lavoro sul regolamento della partecipazione proseguirà. Zecchi ha ricordato che il precedente percorso comprendeva già il referendum abrogativo. Vedremo quindi quale proposta arriverà in commissione e quali strumenti saranno effettivamente riconosciuti ai pratesi.
Intanto resta una domanda alla quale il voto contrario non ha dato una risposta convincente: perché chi chiede fiducia ai cittadini ogni cinque anni fatica così tanto a riconoscere loro fiducia per tutto il resto del mandato?
Rielaborato in prima persona dalla pubblicazione su Radicali Pratesi.